L'ULTIMO
CAPITOLO
Siamo arrivati all'ultimo capitolo
della nostra storia. Del ramo di Giovanni di Angelo, come
visto, l'unico che prosegue è Francesco nato nel 1839.
Di lui abbiamo quattro figli maschi: Angelo, Pietro
Giovanni e Paolo. A questi seguono sicuramente due figli
ciascuno. I loro discendenti sono elencati nei vari rami
ricostruiti. ma come già detto non approfonditi anche
perché questo compito rimane a chi direttamente
interessato. Il mio desiderio è stato quello di
ricostruire il ramo diretto, senza entrare nella vita di
chi c'è e magari non vuole essere disturbato nella sua
vita privata.
Dalla fine del XIX secolo, il ramo Paderni, prosegue con
Pietro, personaggio alquanto strano, padre di sei figli,
di cui tre maschi e due femmine. Marito, a quanto sentito
da mio padre, non molto esemplare. La moglie vive nei
miei ricordi come persona interamente dedita alla
famiglia, il ricordo di questa di una donnina piccola
con la schiena piegata dalle fatiche della vita, la mia
immaginazione la vede come le nonnine di montagna sempre
chine con sulla schiena le zerle cariche di fieno.
Non l'ho mai vista e non conosco nemmeno la data della
sua morte, forse dovrei chiederla a mia madre per
completare questo mio alberello, ma non ne sento più la
necessità. L'unico documento che la ricorda la cedola
di donazione dell'oro alla
datata 18 dicembre 1935. Di mio bisnonno ho la fotografia che
mio nonno conservava con amore tra le sue cose. Tra i
ricordi raccontati, c' quest'uomo a zonzo per la Costa
sul birucì con l'amica a fianco, mentre la
bisnonna sfamava i figli e le poche bestie rimaste.
Vivevano nella solita casa di Contrada Costa, con cortile
davanti e campi sul fiaco a est. Campi oramai incolti e
poco apprezzati dalle nuove generazioni, dedite a lavori
più redditizi imposti dall'industrializzazione frenetica
che avanzando sempre più, ha portato le famiglie ad un
disperdersi e all'abbandono, affinché i figli non
ricordassero più i nonni ed i bisnonni perché con idee
vecchie e poco alla moda. Una moda colma di illusioni e
disperazioni inutili. La testardaggine dei figli verso i
padri ha rovesciato la scala esistenziale portandola ad
un disprezzo dei ricordi perché inutilità imposte. Io
stesso non li ho ricordati, non ho fatto come mia madre
che mi ha dato il primo nome per ricordare il nonno
Angelo e per secondo il padre di lei Giovanni. I tempi
cambiano e le menti si evolvono in accurate teorie
ideologiche anticonformistiche e individualistiche. Il
passato si dimentica volentieri e si predilige il futuro
purché roseo e ricco. La società dell'industrializzazione
ha dimenticato il vivere come esseri ed ha imposto l'esistere
come individui sempre primi agli altri, portandoci allo
scontro fatale quotidiano dell'essere incapaci di vivere
e di esistere con gli altri dimenticandoci sempre piu'
del passato e dei suoi valori cresciuti con l'esperienza
di ogni giorno, cresciuti di generazione in generazione,
tramandati da padre in figlio con i loro stessi nomi, i
loro schitom, i loro difetti utili a renderci
involontariamente forti, ora pero' sempre piu' deboli.
Del bisnonno non ho avuto modo di coltivare ricordi anche
perché finita la grande guerra ha lasciato questo mondo
di gioie. Rimane di lui il sangue di mio nonno Angelo che
alla morte del padre aveva 49 anni e già costruito la
sua famiglia con sofferenze e gioie.
All'età di 24 anni, dopo 9 mesi esatti di matrimonio,
nasce il primo figlio, Francesco il grande papà. E' il
1921, prima di questa data, Angelo aveva subito le
sofferenze della prima guerra. Ancora giovane come tutti
i suoi coetanei ha dovuto compiere il suo dovere di
italiano, gettandosi nella mischia della guerra senza
saperne il perché, quella guerra voluta come sempre
dai grandi uomini, dai soliti saggi, dai re e dai papi,
tutti capaci di creare e distruggere società a scapito
delle società stesse fatte di uomini e donne con la loro
umiltà e povertà. Nonno Angelo all'età di 19 anni il
29 giugno 1916 viene
nel 1"
Artiglieria Campale 6" batteria
11532 (43), e come i tanti ha ascoltato i grandi che non
conosceva, li ha seguiti, con il fucile sulle spalle e
tra le mani le redini del suo mulo, inerpicandosi su per
i sentieri ripidi del Grappa per portare i viveri ai
commilitoni che nelle trincee difendevano la patria
contro quei nemici che non conoscevano, senza saperne
il perché. Ritornato dalla guerra con
in data 15 aprile 1920 da Valosca, località a settanta
chilometri da Trieste nel Golfo del Quarnero in Croazia,
e forse anche per colpa delle ferite riportate dalla
bomba sganciata su quei sentieri del Grappa mentre si
faceva trascinare dal suo mulo dilaniato con i viveri per
i commilitoni. La sua guerra ricompensata dallo Stato
Sovrano con la Croce di
dell'Ordine di Vittorio Veneto, onoreficenza al merito per "...
nuclei
a reparti in contatto col nemico per almeno sette mesi ..." con il beneplacito del Colonnello Gino Marzari
in data 3 gennaio 1972.
Un mese dopo il suo congedo, il 19 giugno del 1920 si sposa con Buizza
di Ersilio e Marini Maddalena, nata il 21 aprile 1886, testimoni al loro matrimonio
sono Martinelli Franco e Dallola Giovanni, nel libro dei
matrimoni viene puntualizzato che "... la
pubblicazione si tenne regolarmente e non fu scoperto
nessun impedimento. .. " e continua con un'annotazione
" ... Non si diede la Benedizione Solenne perché
non si potè celebrare la Messa per mancanza di sacerdote
libero. Don Pietro Picotti. ". Don Picotti registra
questo matrimonio insolito sul libro dei matrimoni pur
non avendone celebrato la cerimonia. Che matrimonio
stato allora, se la messa non c'è stata e la Benedizione
non stata data? Il matrimonio è stato comunque
registrato anche senza il beneplacito del rappresentante
di nostro Signore. Don Pietro Picotti nasce a Provezze
nel 1851, parroco a Zone, e dal 1892 a Bornato. Alla
data del matrimonio di Angelo, il Picotti ha 69 anni,
vecchio e stanco, probabilmente anche malato, forse
per questo che il matrimonio non viene celebrato. All'età
di 75 anni rinuncia alla parrocchia di Bornato dove ne
subentra
.
Angelo
era nato a Bornato il 2 maggio 1897 a ore 8 anti(meridiane),
padrino Castellini Francesco e levatrice Pitossi Manetti
Santa di Calino. ".. in fede Gatti Bortolo", e
li ha vissuto in Contrada Costa, fino al 1958 o 59,
quando il giorno di San Martino ha traslocato in via
Villa di Sopra. Quel giorno è nei miei ricordi come un'allegra
e luminosa giornata autunnale. Ricordo la grande casa con
il porticato, l'uscio dell'ultima porta ad est era
stretto, a due battenti, i pochi mobili uscivano a
malapena. Nonno e papà caricavano sul carro le cose
sistemandole con attenzione: il comò in ciliegio, l'altro
impiallacciato, i comodini, il letto, l'armadietto in
formica e quello in abete, e non poteva mancare la
farinera. Nei miei ricordi c'è un cavallo con la
criniera grigia, tozzo e stanco, ... ma! ... forse mi
sbaglio, forse era un trattorino arancio e sgangherato.
Ricordo d'essermi seduto con le gambine a penzoloni in
fondo al carro con al mio fianco forse una delle mie
sorelle. Ricordo il paesaggio autunnale illuminato da un
sole tiepido ma luminoso. Passando dalla stradina sotto
il castello di Bornato, intravedevo dai coppi della
muraglia, i merletti dei torrioni. Per me è stato come
un lungo viaggio, un'avventura indimenticabile.
Il nonno, personaggio dalla corporatura alta e forte,
baffoni sotto il naso con l'estremità volta all'alto e
con un sorriso che segnava serietà, schivo nelle parole
ma attento alle cose della vita. Personalità
intelligente e saggia, aveva fatto la
elementare e nel 1930 si era iscritto ai sindacati e non
aveva la tessera del fascio. Nel 1927, il 18 aprile,
lavora in ferrovia come
addetto
alla manutenzione della linea . Dal 1 gennaio 1948 e'
nominato
ordinario,
l'1 luglio 1951 e' nominato
di ruolo.
Nel 1936, XV anno dell'era fascista, gli viene rilasciato
il libretto di lavoro e nello stesso anno
iscritto come manovale. Il primo gennaio 1937 viene
registrato come assunto dalla ditta Ugoni Policarpo, che
eseguiva lavori ferroviari per la Societa' Nazionale
Ferrovie e Tranvie, con una paga di 1 lira e 70
centesimi all'ora. Dalla tabella di rilevamento dell'Inail,
nel 1936 un operaio prendeva mediamente 14,20 lire
giornaliere, cioè l'equivalente di 9000 lire del 1983.
La paga percepita da Angelo era nella media nazionale.
In quegli anni, la patria sotto l'ordine gerarchico di
Mussolini, viveva in una situazione alquanto critica. L'economia
andava a rilento, l'unica industria funzionante era
quella bellica. Per recuperare credibilità verso gli
stati, in special modo verso la Germania, si costrinse il
popolo a donare alla patria, volontariamente, i propri
averi. Le povere massaie era costrette a disfarsi del
poco
che avevano che consisteva generalmente nella fede nuziale.
Ai benestanti veniva offerto un
vantaggioso sui prestiti in denaro, che mai sarebbero
ritornati ai proprietari. Chi aveva la fortuna di
possedere mobilia arricchita da bronzi dorati, per non
farseli espropriare, li tingeva di nero. Il nero
predominava in tutto. La razza ariana doveva essere
preservata da impurità di ogni genere. E' del 1938 l'introduzione
della legge razziale contro gli ebrei. Nel novembre di
quell'anno viene emanato il Regio Decreto sui "provvedimenti
per la difesa della razza italiana", tra gli
articoli possiamo leggere: " ... il matrimonio
del cittadino italiano di razza ariana con persona
appartenete ad altra razza è proibito...".
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