Ogni giorno sono stati da me visitati e più ancora conforme al bisogno, procurando poi sempre di stare più lontano che fosse possibile, e volendo essere subito avvisato quando ad alcuno di nuovo si scopriva il male, acci potesse l'infermo, mentre era in essere di giudizio e forze corporali, ritirarsi all'aperto, acci io non fossi necessitato entrare in alcuna stanza, che questo di grande pericolo. In questo tempo di peste, stando io a santo Stefano, venivo le feste alla chiesa parrocchiale a dire la Messa e fare l'altre funzioni e processioni, solo restando sempre li padri nel monastero eccetto che andavano alcuna volta a prendere aria ed a fare esercizio, lontani per dal commercio dei secolari, quali ho anch'io procurato sempre di fuggire al possibile, non essendosi da fidare di loro ed in particolare dè contadini, i quali, abbenché avessero praticato con infetti e di più sebbene avevano qualche principio di contaggio,, non si lasciavano intendere, fino a che la necessità istessa li scopriva. Ne era possibile dargli ad intendere che questo era peccato mortale di omicidio, mettendo a manifesto pericolo di morte il prossimo. Oltre di questo era impossibile dare ad intendere alla gente bassa che la peste (fosse di gianduzze o di carbonchi) si riceveva per contatto o di persone o d'aria o di panni infetti, che per questo si chiamava ancora contagio, cio male preso per contatto; laonde l'avidit di robe, o donate da qualche infermo, o ereditate, ovvero ancora rubate, moltissimi perdevano la santità e la vita, e così di mano in mano andava crescendo il male, finoché, avendo ancora quasi assediato e circondato santo Stefano, e ritrovandomi in qualche pericolo per la vicinanza delli infermi, per ordine del suddetto m.r.p. abate, ritornai nel monastero che fu alli 15 di settembre, e questo fu la mia salute; poi di lì a poco s'appestarono anche gli affittuali del luogo e restò vivo solamente un figliolo chiamato Giacomo figlio di Pietro Lomini.
Questo monastero, e gli abitanti di esso tanto monaci, quanto servitori, sono stati preservati da detto male per particolarissima grazia del Signore e per singolare protezione della beatissima Vergine e di s. Nicola nostro patrono, dicendosi ogni mattina in coro avanti Prima l'orazione Stella Coeli extirpavit: e per ringraziamento della protezione tenuta in tutto il tempo di contagio e per la grazia ricevuta, il detto m.rev. abate fece cantare una solennissima Messa il 1. agosto 1632, nel qual tempo era finito ogni contagio in questi dintorni.

Pericolo di contaggio, abbenché non abbia mancato di ministrare continuamente a tutti gli infermi il ss. Sacramento della Penitenza, ma non gli altri; in simili occasioni esperienza ha insegnato ad essere spediente, essendo perci mancati e morti la maggior parte d sacerdoti, onde venivano gli altri poi a restar privi anco di confessione. Devesi dunque sapere come questa cura nel 1623, in cui entrai curato, faceva di anime 1100 in circa, e tanti erano anche nell'anno 1629, e Le morti di contagio, in tutto il tempo che durato più di due anni, sono stati intorno a cinquecento cinquanta, che tanti si trovano mancanti ora siamo nel 1634. avendo poi io incominciato a fare memoria alli 13 novembre 1631, nel qual giorno per obbedienza fui eletto cellerario di questo monastero, e non era finito il contagio, metter qui distintamente quanti sono i morti di mese in mese, avendone tenuta memoria mentre sono stato curato.
Il luglio ne morsero sette, d'agosto ventidue, di settembre sessantacinque, di ottobre cinquantotto, di novembre trentacinque, di dicembre dieci. Di gennaio 1631, ne morsero di peste quattro, di febbraio due, di marzo nove, di aprile dodici, di maggio ventuno, di giugno diciannove, di luglio quattro, di agosto dodici, di settembre diciasette, di ottobre trenta, di novembre sette, ed in questi mesi sono stato curato, e per ne ho fatto memoria essendone morti anco degli altri fino d'estate del 1632, ed in tutto ascendono alla somma suddetta.
Dopo un anno e mezzo di cellerario a Rodengo e sei mesi a s. Francesca di Brescia sono ritornato curato che fu li 18 ottobre 1633. nel qual tempo tanta abbondanza di grani, che il formento non val più di gazzette diciotto la quarta (poco più di mezza lira italiana), ed anco più secondo la qualitù, e questo dico ora che scrivo alli 28 febbraio 1634.
La morte degli uomini ha fatto venire carestia dè lavoranti e dei massari, quasi tutti hanno voluto migliorare le condizioni e capitoli, e per non ritrovarsi massari bisogna far lavorare a Comezzano due possessioni di nostra mano con grandissimo danno del monastero, e vi sono possessioni che vanno incolte per mancanza d'uomini. E questo ho voluto scrivere per memoria successori, i quali possono provvedere nell'avvenire, se piacer al Signore di mandare ad essi ancora simili castighi, e li prego a dire per me un De Profundis"



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