Sull'ipotesi che Vincenzo (29) sia figlio
diretto di Giò Angelo (9) possiamo presumere che
Vincenzo sia nato attorno al 1600 (figlio di Giò Angelo
e Caterina), nel 1628 circa si sposa con Giustina in
qualche paese limitrofo, l'8/9/1629 hanno il primo figlio,
Giò Batta e poi per colpa della peste del 1630-1633, si
allontanano da Rodengo, o si ammalano ricomparendo nel
1644. La cosa certa è che devono aver fatto qualcosa di
importante, vista la ricorrente ripetizione del loro nome
nei rami successivi.
Dopo queste peripezie ipotetiche, stabilisco di terminare
pena l'ingarbugliamento totale. Cosa certa che l'Andrea
Paderno del 1446 ha avuto un ruolo importante in questa
formazione dei vari rami Paderni, ma dopo di lui almeno 3
generazioni sono susseguite prima di arrivare a Vincenzo,
Andrea, Francesco, Batta, Camillo, Faustino e tanti altri
che in dati sporadici hanno a loro volta creato altre
generazioni di Paderno o Paderni.
Dai dati trovati all'Archivio di Stato a Brescia e dall'ipotesi
formulata da Armando Paderni di Udine (vedi lettera a
Luigi Fé), e dai risultati delle ipotesi fatte, si può
presumere che il nucleo Paderni a Rodengo era abbastanza
numeroso nei primi anni del 1500. Infatti dai primi dati
emersi all'Archivio di Stato risultano essere nati tra il
1510 ed il 1530 otto elementi, mentre dal materiale
completo da Rodengo dal 1600 in poi, i capostipiti dei
rami Paderni sono al massimo cinque. Quindi vale anche l'ipotesi
che ha formulato Armando Paderni ".. che in quell'epoca
diversi rami della nobile famiglia Paderno sono emigrati per l'Italia
ed all'Estero.". Questo avvallerebbe l'ipotesi del
perché solo cinque capofamiglia tra il 1530 ed il 1550
hanno continuato la loro stirpe a Rodengo.
La peste del 1630
Quindi con la nascita di
Giò Batta nel 1629, comincia la storia certa della
famiglia Paderni a me diretta interessata. Dopo anni
tormentati da invasioni, epidemie, terremoti, finalmente
il ramo Paderni si stabilizza e comincia il suo cammino
verso la conquista del mondo moderno. E' per in questi
anni che va ricordata la grande peste, narrata dal
Manzoni. A Rodengo un cronista di questa epidemia, anche
se non in forma romanzesca, fu il monaco Luca Nassino,
curato a Rodengo, che ci lascia il ricordo di quegli anni
da lui vissuti al monastero:
"Add 13 novembre 1631."
"poiché piaciuto alla Divina Maestà (non so se
per giustizia o misericordia sua, perché gli effetti
dell'una e dell'altra sono in questa vita inacessibili)
di fare questi tempi miserandi e memorandi, non solo per
le carestie del passato 1628, e per le guerre che saranno
dè storici descritte, ma molto più per la deploranda
strage fatta del genere umano, nella maggior parte delle
città d'Italia insieme con i territori e contadi loro;
parso conveniente lasciar ai posteri una qualche
memoria di quanto accorso nel particolare della peste
di questa terra, di cui ho tenuta cura spirituale fino al
presente giorno, compiti ott'anni ed un mese, preservato
per grazia della Maestà Divina da ogni poiché nella
città di Brescia ed alcune terre si cominci a far
sentire la peste, io, che dovevo l'officio visitare e
confessare gli appestati, mi ritirai a santo Stefano
fuori dal monastero, e fu il giorno di san Gio. Battista
1630, acci potendo io correre qualche pericolo non
portassi danno anco al monastero, al cui governo si
ritrovava, e si ritrova al presente ancora, il r.p.d.
Angelo Maria Zambelli bresciano. Ed il primo che in
questa terra fu infetto di peste fu Girolamo figlio di
Francesco Lumini nella c. detta le Moie di et d'anni 18
incirca, quale essendo stato infermo tre giorni passò
all'altra vita il 1. di luglio 1630, dopo il quale si
infermarono anco tutti gli altri della medesima casa e
famiglia, uno dopo l'altro, e ne morsero sette e tre
altri guarirono ed a poco a poco si andò dilatando l'infezione
per l'altre contrade. Per il che fu risolto di fare un
lazzaretto per tutti quelli infermi della terra,
acciocché subito che uno si infettava potesse separarsi
dalla famiglia per non infettare gli altri. Il luogo del
lazzaretto fu il terreno della Carità vicino e contiguo
al luogo nostro detto delle Crocette poco lontano dal
giardino e vicino al Gandovere. Quivi, per essere nel
mezzo della terra e vicino all'acqua, furono fatti 40
terzotti o casotti di paglia dove stanziavano gli
appestati, sopra i quali vi erano deputati, acci non
mancassero le cose bisognevoli, così di medicamenti come
del vivere, facendosi da diversi varie elemosine. Ed
essendo in quel tempo grandissima carestia di sale (quale
anche valeva tre volte più del solito) il m.r.p. Abate
suddetto usò diligenza, che a spese del monastero il
lazzaretto fosse mantenuto di sale, oltre le altre
elemosine d'altre cose che facea porgergli.